Pochi giorni fa mi sono imbattuto in un articolo pubblicato sul sito web di Wired Italia, intitolato “La crisi della stampa 3D”. Purtroppo. Dico “purtroppo” perché, pur essendo un grande fan della nota rivista di innovazione e tecnologia, solo il titolo mi ha fatto rabbrividire. Il primo pensiero che mi è passato per la testa è stato qualcosa molto simile a “Devo essermi perso qualcosa di grosso”. Invece mi sbagliavo.

Nell’articolo pubblicato su Wired Italia si parla della crisi che il settore della stampa 3D starebbe passando in questo periodo. In particolare si parla di, cito testualmente, “una fase stanca”, “costi non ancora veramente abbordabili per le masse (in particolare quelli dei materiali)”“qualità di stampa in molti casi troppo approssimativa”“limiti di interesse”“una certa oscurità culturale al di fuori della cerchia tecnologica”. Chi scrive tale contenuto fa poi riferimento al particolare caso di MakerBot, noto produttore di stampanti 3D che nelle scorse settimane ha chiuso i propri negozi fisici, licenziando circa il 20% dei propri dipendenti, arrivando addirittura a definire MakerBot in pura crisi aziendale. Se ci leggete da un po’ di tempo saprete sicuramente che affermazioni di questo tipo sono troppo generiche, dimostrando che le letture leggere, soprattutto quelle con titoli ad effetto, fanno presto a diventare virali.

Crisi della stampa 3D? Vi sbagliate di grosso

Il settore della stampa 3D consumer – sia chiaro che sto parlando di stampa 3D consumer – sta passando quello che potrebbe essere definito come un momento particolarmente importante. Nei mesi e negli anni scorsi sono stati tantissimi i produttori di stampanti 3D che hanno provato ad accaparrarsi la propria fetta di mercato. C’è chi è arrivato per primo, c’è chi ci ha provato con progetti alternativi – un esempio possono essere quelle macchine che stampano 3D, fresano e tagliano al laser – e c’è chi ci ha provato attraverso piattaforme di crowdfounding. Fatto sta che, ad oggi, neanche noi sapremmo dirvi quante stampanti 3D di livello consumer sono presenti in commercio. Il boom di produttori e il grande incremento di interesse verso questo nuovo mercato hanno fatto sì che la stampa 3D entrasse sulla bocca di tutti. Ne parlò Beppe Grillo, ne parlarono tutte le più grandi testate giornalistiche del mondo e addirittura i telegiornali. Da qualche mese, però, sembra che tutto si sia leggermente appiattito. Gli articoli sulle testate giornalistiche principali sono calati molto dall’inizio del 2015, eppure continuano a saltare fuori nuovi produttori.

Internamente a Stampa 3D Forum lo sappiamo già da un po’ – a noi basta analizzare i dati del web per sapere le cose in anticipo – ma anche chi è dentro il settore da qualche anno sarà sicuramente riuscito a percepire quanto il numero di prodotti offerti sul mercato sia in crescita rispetto alla reale richiesta. Ed è proprio ora che il gioco si fa duro. Non si parla di “crisi della stampa 3D”, ma di un mercato non ancora pienamente maturo. Il mondo utopico dove tutti avremo in casa una stampante 3D per produrci il set da cucina della nonna è ancora molto, molto lontano. Questo perché la stampa 3D è ancora una cosa da tecnici: per stampare oggetti bisogna conoscere le caratteristiche della propria stampante 3D e dei materiali di consumo. Per stampare qualcosa di personalizzato non è sufficiente scaricare un modello dal web, ma bisogna saper modellare in 3D, quindi è necessario conoscere almeno un software di modellazione tridimensionale e le caratteristiche che il modello deve avere per essere stampato correttamente. E qui mi fermo, altrimenti finiamo per perderci in crisi esistenziali chiedendoci se le stampanti 3D Plug&Play esistono realmente.

MakerBot: davvero credete che sia in crisi?

Analizzando il caso di MakerBot, è completamente errato parlare di “crisi”. Quello che è successo internamente all’azienda americana è stato un semplice, seppur importante, cambio di rotta. Stratasys, sin dal momento dell’acquisizione, ha iniziato a investire capitali per rendere MakerBot il produttore di stampanti 3D più conosciuto al mondo, con l’obiettivo di vendere più stampanti possibili ai consumatori. Sono state fatte tantissime campagne pubblicitarie, sono stati semplificati notevolmente i prodotti e sono stati aperti negozi fisici, tutto nell’ottica di arrivare in casa all’utente più ignorante in materia, cercando di convincerlo che stampare in 3D, dopotutto, non è così difficile. Evidentemente, Stratasys si sbagliava, o meglio, ha spinto troppo in questo senso anticipando i tempi. Quello che è successo nelle scorse settimane, oltre la chiusura dei negozi fisici per la vendita e l’assistenza ai consumatori, è stata l’apertura di numerosi “Innovation Center” marchiati completamente MakerBot. Questa scelta indica la crescita di interesse di MakerBot verso le Università, i centri di ricerca e l’ambiente professionale – ovvero tutte quelle piccole e medie realtà che possono trarre vantaggi dall’utilizzo della stampa 3D. Quello che ha visto MakerBot cambiando rotta è stato un miglioramento della propria clientela, ossia quella cerchia di persone che possono veramente imparare a usare una stampante 3D e che hanno interesse ad usare questa tecnologia all’interno del proprio business.

Le reali prospettive

Questa volta, la nota rivista di innovazione e tecnologia ha dimostrato di non essersi informata quanto sarebbe doveroso fare prima di scrivere un contenuto che parla di “crisi” e declino di un settore che, si prevede, nel 2015 dovrebbe crescere del 40% (fonte). Come dimostra la scelta del titolo, probabilmente l’obiettivo era quello di generare un po’ di traffico sul sito web… Senza dubbio ci saranno riusciti.

Se proprio siete curiosi, qui trovate l’articolo di Wired Italia. Dateci pure una letta, ma non credo vi sarà molto d’aiuto.