#Sharingeconomy : sarà chi usa il #Crowdfunding a spiegarlo agli “addetti ai lavori”

    di Alessandro Brunello

    Quando la condivisione, da pulsante sull’interfaccia di un social diventa un incontro live, succede qualcosa. Se non altro si sviluppa in un ambiente tridimensionale e multisensoriale: i neuroni in ballo sono molti di più.

    Jacques Lecoq ha speso la vita a spiegare che il movimento viene prima della parola e che la parola senza movimento ha un pò meno peso. Ai workshop pratici di crowdfunding gli occhi spalancati dei corsisti comunicano urgenza e apertura anche prima delle loro domande, prima delle loro parole. Urgenza di conoscere strumenti, apertura nel ristrutturare i propri bisogni.
    Sono responsabili di compagnie teatrali, agricoltori, musicisti, designer, dirigenti di pubbliche amministrazioni. Sono persone di tutte le età, a testimonianza che la necessità di nuove comunità economiche sia davvero qualcosa non solo di multidisciplinare, ma anche di trasversale.
    Vediamo che il biglietto d’ingresso al giardino del possibile frigge oggi soprattutto tra le mani della generazione alla quale per fatalità appartengo. Quella generazione Bim Bum Bam che contraddicendo qualche pronostico, sta riducendo piuttosto velocemente il gap digitale che ha accumulato in un lustro di comode distrazioni.

    La maggior parte di chi ha vissuto un’infanzia analogica, per molti anni ha pensato al web come al regno del “virtuale” separato dal mondo così detto “reale”. Fino al social network, per molti, la parola programmazione portava ai ricordi vintage del Turbo Pascal versione 3 e 4 ed alla tenerezza del linguaggio Logo col suo esuberante puntatore, la “tartaruga”.  Queste donne e uomini sono molti e dopo aver attraversato anni variopinti, popolati da molte tecnologie a vicolo cieco e scanditi dagli input poderosi del main stream mediatico, si ritrovano oggi a vivere in uno scenario dove l’innesto della dinamica economica p2p in rete ha spazzato via il concetto stesso di virtuale e dove, nel contempo, l’indotto economico del prodotto culturale main stream vale un terzo rispetto a cinque o sei anni fa.

    Oggi cos’è online? E cos’è offline? Viviamo piuttosto in un crossline, dove abbiamo sempre e comunque la disponibilità di un device fra le mani.
    Di fatto siamo noi stessi un pezzo dell’hardware e le nostre istanze sono un pezzo del software. Su questo terreno il primato del main stream s’impantana forzatamente.
    Dopo che abbiamo assistito ad anni nei quali l’entertainment ha fagocitato tutto, ora che diminuiscono gli applausi del pubblico pagante, il tendone colorato del circo cade come un velo dietro al quale si dispiegano grandi praterie.

    Kuniaki Ida dice che “Quando si è arrivati alla cima della montagna, qualcosa cambia”. Non è obbligatorio buttarsi nel vuoto sperando che ci spuntino le ali, o lanciare per forza una start up tecnologica. Il punto non è tanto cercare il finanziamento, ma piuttosto percorrere e condividere nuove strade, dare senza pensare a priori alla ricompensa.
    Prendere in mano le redini del proprio lavoro e del proprio futuro oggi è una questione di sussistenza. Il concetto di comunità sta acquistando valore perché le alternative individuali sono in esaurimento. Si può dire che gli esseri si evolvano solo quando l’alternativa è estinguersi?

    Mentre tutte le mura dei feudi che in passato hanno garantito un certo welfare ai cittadini si stanno sgretolando, forse una nuova età comunale è alle porte. Si affacciano sistemi che non si fondano sull’antagonismo e che non hanno manifesti, questi percorsi per molti versi ci sono sempre stati, ma sono sempre stati coperti dal main stream. Ora che il main stream lentamente si alleggerisce e dirada, cominciamo a vedere reti prima sommerse e scopriamo che i punti d’intersezione, di appartenenza e condivisione, per ciascuno di noi, sono facili, accessibili, più vicini di quanto potevamo credere soltanto ieri.

    Il crescente utilizzo degli strumenti di finanziamento popolare, tra cui il #crowdfunding , si può leggere più come un’innovazione sociale che tecnologica.
    Non torneremo allo stile di vita ed ai consumi del passato (o del presente-passato per dirla con Attalì) e soprattutto, questo non accadrà attraverso il crowdfunding, che non è l’antidoto alla crisi di sistema.
    Le pratiche di finanziamento sociale non servono a risolvere la questione economico-finanziaria, ma possono servire a ricollocarla.

    Con il tempo, questi strumenti, evolvendosi nelle mani delle persone in dinamiche e sistemi che fatichiamo ancora ad immaginare nella loro compiutezza, attraverseranno molteplici esperienze, i successi e soprattutto i fallimenti di ogni singolo progettista e ci permetteranno, di ripensare pezzi di mondo, di guardare alle priorità, alle istanze ed ai bisogni non con lo sguardo verticale del singolo ma con quello orizzontale della comunità.

    Le parole mature per raccontare e divulgare tutto questo arriveranno dal basso. Arriveranno solo dopo il movimento, quello dentro le persone, dentro i progettisti e dentro le comunità. Arriveranno dopo il lavoro su noi stessi, che ci renderà più umili e disposti a condividere problemi e soluzioni. Solo così l’urgenza e l’apertura troveranno risposte in conferenze, eventi, libri e note, e succederà davvero qualcosa.

    Alessandro Brunello@soggettivo su Twitter, di formazione classica, fin dall’infanzia si è appassionato all’informatica e al web. Esperto di media, Storyteller e Art Director, dal 2005 si occupa di comunicazione cross line e dinamiche web. Collabora con Produzioni dal basso. Nel 2009 ha messo il crowdfunding al centro della sua ricerca pubblicando “Crowdfunding, condividere per realizzare” (ed. Bevivino 2011) ; “Crowdfunding, nuove comunità economiche” (Bookrepublic 2013) ; “Il Manuale del Crowdfunding” (Edra edizioni 2014). Dal 2012 cura workshop e attività di formazione ed aiuta aziende, enti pubblici e privati a scegliere l’architettura e i linguaggi più adatti alle nuove esigenze e alle nuove piattaforme.